Non sono cambiati i valori. Sono cambiati i tempi

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In occasione del quarantennale dello Statuto dei diritti dei lavoratori si è sviluppato un interessante dibattito sul futuro della legge 300 approvata il 20 maggio 1970. Ciò che più colpisce è la condivisa osservazione circa l’attualità dello Statuto, nonostante l’età. Tale giudizio è declinato secondo due diverse accezioni. Da una parte c’è chi celebra lo Statuto per i suoi meriti in difesa dei lavoratori e della libertà sindacale, in forza  esclusivamente delle tecniche cristallizzate dalla legge 300. Dall’altra c’è chi sottolinea la modernità non tanto delle soluzioni, formalizzate in un contesto socio- conomico e aziendale totalmente differente, quanto della fi losofi a di fondo di quelle norme. Di conseguenza, se i primi commentatori sono contrari a degli interventi evolutivi o correttivi del testo, i secondi auspicano l’aggiornamento degli attrezzi forniti dalla legge ai nuovi meccanismi del mondo del lavoro, sempre più frammentato e movimentato e sempre meno orbitante attorno al prototipo della grande fabbrica industriale. L’impressione è che dietro a questo confronto purtroppo non si stia giocando una partita tecnica, incentrata sulle soluzioni legislative, sulla valutazione delle nuove esigenze del lavoratore o sull’individuazione dei punti deboli della rete di tutele in vigore, quanto si assista a un ineffi cace confronto ideologico. Faust, dopo l’incontro con lo Spirito, pensando tra sé e sé della sapienza e delle esperienze tramandate nei vecchi libri, dice: “Quel che hai ereditato dai tuoi padri guadagnatelo, per possederlo”. La sfi da dello Statuto dei lavoratori è tutta qui. Nella possibilità di preservare la funzione originaria ereditata dall’aspro confronto avvenuto negli anni settanta. Funzione ancora attuale, ma salvaguardabile solo se “riguadagnata” adattando le tecniche di dettaglio esistenti alla manifesta evoluzione dei mercati del lavoro. L’obiettivo è lo stesso di quarant’anni fa: costruire un sistema di tutele che consentano il pieno sviluppo della persona attraverso (e non nonostante!) il lavoro. È scritto nella relazione di allora al disegno di legge governativo: “Il proposito (…) è di contribuire in primo luogo a creare un clima di rispetto della dignità e della libertà umana nei luoghi di lavoro (…). È convinzione del governo che un vero clima di rispetto della libertà e dignità del lavoro non possa aversi se non potenziando adeguatamente lo strumento di rappresentanza e di autodifesa dei lavoratori, vale a dire del sindacato (…). E’ inoltre da avvertire che proprio per la estrema multiformità delle situazioni, il legislatore non è in grado di individuare tutte le zone di possibile attrito tra le esigenze tecnico-produttive e quelle di salvaguardia dei valori umani connesse allo svolgimento del lavoro, e che è pertanto da auspicarsi, anche in conseguenza della presente legge, un adeguato sviluppo di attività contrattuali, idonee a risolvere in modo elastico e su basi consensuali i nuovi problemi, via via che si presentano nel variegato contesto delle relazioni industriali”. Se già nel 1970 era chiaro che la legge non avrebbe potuto fi ssare tutti gli strumenti a salvaguardia dei lavoratori a causa della “multiformità delle situazioni” e dei tanti “nuovi problemi” che si presentano, appare francamente anacronistico congelare quegli stessi strumenti nel 2010. La via è quella indicata dalla relazione governativa (nella quale alcuni osservatori hanno scorso la mano del professor Giugni): attività contrattuale e soluzioni “elastiche”. È la responsabilità per i prossimi anni di governo e parti sociali. È la strada già individuata verso uno “Statuto dei lavori”, che recepisca le peculiarità e le novità di un mondo che è cambiato drasticamente. Parafrasando un efficace slogan di Tony Blair: non sono cambiati i valori. Sono cambiati i tempi.

Per ulteriori informazioni:www.adapt.it - Editoriale del Bollettino speciale Adapt 31 maggio 2010

 

Emmanuele Massagli, ricercatore Adapt
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Associazione Culturale per il Lavoro e la Prevenzione