Le sfide ambientali
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Un nuovo ambientalismo che mette al centro l’uomo, facendone il protagonista di uno sviluppo in armonia con la natura. E’ quello che emerge dal discorso del Papa Benedetto XVI, intitolato “Se vuoi coltivare la pace custodisci il creato”, i cui contenuti sono stati illustrati sabato 13 marzo 2010 dal vicepresidente nazionale della Compagnia delle Opere, Massimo Ferlini, nel corso di un Incontro organizzato a Sesto San Giovanni (MI) dall’Associazione culturale Lavoro e Prevenzione. Di seguito si riporta il testo integrale del suo intervento. Per il resoconto dell’Incontro vedi http://www.lavoroeprevenzione.it/wp-content/uploads/2010/03/incontro-ferlini-13-marzo-2010- a-cura-di-vernizzi1.pdf Ho letto il messaggio del Papa sulla pace e sull’ambiente (1): vi dico di alcune rifl essioni introduttive e di come reagisco di fronte a questo testo e ad altri scritti precedenti, ma collegati con esso. Dico alcune cose mischiando le reazioni che ho avuto alla lettura di questo testo, con richiami alla “Caritas In Veritate”, la quale già conteneva molta parte delle cose qui riportate, legando strettamente le questioni dello sviluppo, del lavoro e dell’ambiente. Ritengo molto importante sottolineare che questa Enciclica, come tutte le altre Encicliche sociali e i discorsi uffi ciali dei Papi, ha fatto spesso riferimento alle questioni dell’ambiente. Le 3 questioni che ritornano costantemente sono: la radicale centralità della persona, quando si affrontano le tematiche sociali; il tema del lavoro, connesso alla dignità del lavoro stesso e alla centralità della persona; il fatto di porre il lavoro come passaggio dall’io al noi che è il tema delle relazioni interpersonali. Dalla “Rerum Novarum” fi no ad arrivare alla “Caritas In Veritate”, seguendo le modalità con le quali la Chiesa è intervenuta nell’indicare le ragioni delle diverse crisi che nel corso di questo lungo periodo sono state affrontate, si osserva come queste tre questioni radicali sono sempre state poste al centro. Perché le richiamo? Perché apparentemente, secondo la cultura dominante, questa modalità veniva vista come un punto di astrattezza; io ritengo che queste tre questioni ponessero con molto realismo la domanda di come cercare di leggere le crisi senza dimenticarsi che si parte dalla persona, dai suoi diritti, dalla sua dignità, dalle relazioni che la persona pone con la realtà e con gli altri; dimenticandosi questo, si compie un’astrattezza rispetto al realismo con cui invece necessitano di essere affrontati i temi sociali ed economici. Tra lo sviluppo della teoria economica e buona parte dell’ecologismo trovo il rischio di tendere all’astrattezza. Vi è la necessità di un richiamo al realismo, posto con forza dal richiamo alla centralità della persona, che è uno dei temi principali che ci sta a cuore o che, almeno a me, colpisce regolarmente. Questo lo vediamo nel contrasto forte che c’è tra il tentativo di individuare, da parte sia dell’economicismo sia dell’ecologismo, leggi astratte che, in quanto tali, governino la realtà senza la partecipazione dell’uomo e senza tenere conto delle relazioni che gli uomini creano con la realtà e fra di loro. Se penso all’ecologismo una delle cose che a me colpisce, è questo considerare o negare che ci sia nel creato, lo dice anche il Papa, una grammatica dentro la natura, cioè una gerarchia e che l’uomo deve svolgere un compito gerarchico rispetto al resto: si chiama antropocentrismo. Non vuole signifi care dominio ma non bisogna dimenticare questo punto di partenza. Negare questo punto di partenza, porta a quella forma di concezione dell’ecologismo per cui l’uomo, assieme a tutti gli altri esseri viventi e alla pari con essi, partecipa a questo e dovrebbe semplicemente obbedire a leggi astratte ed esterne in cui lui deve intervenire rispettandole ma non capendole. In questo non vi è sviluppo e crescita integrale della sua umanità. Noi abbiamo alcune bellezze che abbiamo vincolato, ma non tutto è opera della natura. Le colline senesi ad esempio non erano così; sono il risultato del lavoro di un uomo che, cosciente dei limiti e delle regole della natura e cosciente del suo ruolo all’interno di esse, ha lavorato, ne ha rispettato il senso, ha colto il senso più profondo, ha fatto un prodotto di sviluppo e anche un prodotto di bellezza. Questo veniva dalla ricerca costante di un rapporto con le risorse naturali che gli erano affi date, non l’inverso. Richiamo questo perché se le leggi sono esterne e quindi non rispettano la centralità della persona e come lui si pone nel rapporto con l’ambiente, l’uomo viene piegato ad uno sviluppo astratto che nega questa relazione. Questo porta a quelle rotture che non vengono poi comprese in modo chiaro e che non permettono di leggere nè le crisi, nè come noi ci poniamo di fronte ad esse o ai problemi che la realtà ci mette davanti. Occorre invece affrontare i problemi e assumerli con quella dialettica che è costante nel nostro lavoro, qualunque lavoro si faccia, che è fatto di una grandissima libertà che ci è stata data, dentro cui uno scopre la propria vocazione e il proprio ruolo e quindi assume fi no in fondo una grande responsabilità. Diversamente si subisce, perchè non si comprende e di fronte alla crisi si è portati a rinchiudersi nel proprio individualismo, fatto di non saper che fare, negare la realtà, buttar per aria quanto fatto. Non si concepisce più che il proprio lavoro è un’opera, cioè un rapporto con la realtà, con il futuro e con lo sviluppo. Non si capisce più il proprio ruolo e si scappa. In questa dialettica tra la libertà personale e la responsabilità personale, il richiamo alla sussidiarietà assume un senso: fare in modo che si creino le condizioni per cui ognuno al proprio livello si metta in movimento, cioè, reagisca rispetto alla realtà, porti avanti e realizzi quello che lui è in grado di fare ad ogni livello della sua azione. Essendo io un “rifiutologo”, il mio rapporto con l’ambiente è legato allo studio dei temi legati ai sistemi di raccolta, valorizzazione, recupero e smaltimento dei rifi uti urbani e speciali. Vuol dire mettere in moto sistemi a partire da come uno nella sua famiglia fa la raccolta differenziata fi no al sistema economico che è in grado di gestire il ciclo. Va lasciata e richiesta a tutti una possibilità di collaborazione e azione, dal primo livello dell’azione singola fi no a quello dell’industria che assicura il riciclo di materiali, e quindi un recupero vero di energia e, di conseguenza un risparmio energetico. Sussidiarietà in questo senso, assume una veste che non è quella che semplicemente lascia libertà alla società perché si organizzi, ma crea quelle condizioni per cui chi vuole collaborare abbia lo spazio per muoversi e mettersi in moto, avere quello scatto personale verso la realtà che gli dà un senso. Altra grande sfi da nel settore dell’ambiente è la tecnologia. L’ambiente, molto spesso, sconfi na in quelle che sono le biotecnologie, che oggi sconvolgono molto e ripropongono una vecchia domanda che ha riguardato tutte le tecnologie. All’inizio della scoperta delle macchine, della potenza del vapore e poi dell’energia, il primo movimento di reazione fu il movimento luddista, cioè la distruzione delle macchine. Che cosa esprimeva nella sua reazione volgare, nel senso di naturale ma di non comprensione? Poneva il problema della domanda di senso: le macchine rompevano un rapporto naturale delle risposte alle domande di senso della vita che l’uomo aveva defi nito in un percorso che all’epoca era naturale, in un rapporto con le scadenze che la natura gli poneva (esempio: la durata della giornata che con il vapore si allunga, i cicli delle stagioni che venivano rotti dall’impatto della capacità produttiva delle macchine). Oggi si arriva fi no alla sfi da della “produzione” della vita. Questo ripropone la domanda di senso rispetto ai salti che le tecnologie e le ricerche chiedono nel rapporto con la vita e la sua formazione. Nel riproporre la domanda di senso, si chiede se queste cose possono essere dei fi ni o sono dei mezzi. Se cioè abbiamo o non la coscienza che tutto quello che mettiamo in moto è un mezzo con cui misurare il raggiungimento o l’apertura totale che noi abbiamo nei confronti della realtà. In questo caso l’uomo diventa un mezzo o viceversa e mantiene quell’idea della centralità della persona che utilizza tutto quanto viene messo a disposizione per il bene comune o per la ricerca di soluzioni più avanzate all’interno di diversi campi dove vengono applicate. Nella discussione più importante di questo periodo, se il profitto diventa un fine, le “bolle” finanziarie sarebbero considerate interventi di salute economica. Se rimane un mezzo potevamo accorgerci prima che si stava andando a schiantar un sistema collettivo che aveva perso di senso. In un dibattito proprio sulla “Caritas in veritate” di fronte ad una polemica che era nata con una parte del pubblico, qualcuno mi aveva ripreso dicendo: “Va bene tutto, è bellissima, ma l’impresa ha come fine il profitto e l’enciclica si sta “piegando” a questa cosa o comunque non la spiega bene”. A questo punto ho fatto un esempio ambientale: se la falegnameria che avete aperto in questo paese (mi trovavo in Trentino) avesse saccheggiato tutti i boschi che avete intorno, avrebbe massimizzato il profi tto e ucciso sé stessa. Il richiamo dell’enciclica, così come in questo discorso, era un richiamo alla responsabilità sull’uso delle risorse che vengono messe a disposizione dell’uomo, perchè altrimenti, il richiamo del profi tto (in questo caso, o come di tanti altri richiami, quando ci si dimentica che il fi ne deve essere il benessere collettivo, il benessere dell’uomo stesso) uccide e consuma le risorse mettendo fine alla stessa opera che ha messo in moto. Nel massimizzare il profi tto di breve termine, si mette fi ne alla possibilità di portare avanti l’opera. Si sta facendo in questo modo una cosa che sta “mangiando” il futuro, dimenticando quindi la responsabilità che ognuno di noi ha nei confronti del futuro e delle generazioni future. Quando si discute su come è scoppiata la bolla e si leggono alcune cose, come per esempio “l’indebitamento nazionale della Germania è di 7/9 volte il PIL ecc.”, si dice una cosa banale che riguarda tutti noi: c’è qualcuno di noi che comprerebbe una casa il cui costo fa sì che il mutuo duri 7 generazioni? Il signifi cato della leva fi nanziaria è questo: comperare una casa che valga 7 volte il valore di quanto noi riusciamo a guadagnare in tutta la nostra vita e quindi indebitare le prossime 6 generazioni. Nessuno di noi lo farebbe, ma non perchè non esistono i mezzi per farlo (fino a due anni fa avremmo trovato qualche banca che ce lo avrebbe permesso, che ci avrebbe proposto di investire su prodotti che avevano dentro questa regola). Portiamo questa regola alle risorse naturali: possiamo scommettere che la natura sia così forte da recuperare il fatto che noi abbiamo consumato risorse per 7/8/9/10/70 generazioni future? Io ci scommetterei sopra, ma quale futuro stiamo dando a quelle successive 70 generazioni che nel frattempo vengono in mezzo? Gli presentiamo un deserto e quindi non avremmo tenuto conto della nostra responsabilità nei loro confronti. L’indebitamento non è una morte in sé, ma carica un fardello tale che non permetterebbe nessuna possibilità di sviluppo nè individuale nè collettivo. Il dimenticare questo, il trasformare un mezzo con cui misurare, intervenire, valutare gli interventi, in un fine, cancella tutto questo. Dentro tutto il discorso del Papa connesso al concetto stesso di sviluppo e di visione dell’uomo c’è il richiamo al diritto alla vita. Se si dimentica la centralità della persona (il diritto alla vita è questo), si sta dimenticando che cos’è il concetto stesso di sviluppo. Se ci si dimentica di questo, si sta piegando la natura ad essere fine e non semplicemente mezzo di supporto a quanto noi vogliamo ottenere o pensavamo di ottenere. Questi punti sono fondamentali e non sono astratti. Non è un discorso moralistico, etico, che mettiamo subito da parte in quanto dobbiamo parlare di che cosa si deve fare per la sicurezza sul lavoro e degli ambienti, oppure dell’impatto sulle regole dell’inquinamento atmosferico, dell’inquinamento delle acque e così via. E’ nell’affrontare il tema della sicurezza sul lavoro, della salubrità degli ambienti di lavoro e dell’ambiente in generale nel quale noi cresciamo e siamo inseriti, che incomincio a misurare come posso intervenire in un certo modo. Se invece io penso che devo intervenire sull’area di Milano, perchè torni il pettirosso a cantare nel Parco Nord, il quale era una rarità anche 500 anni fa, sto cambiando le cose, sto cercando un’astrattezza e un fine non realistico. Quando invece ho un approccio realistico e porto avanti le questioni che ho di fronte, posso avviare possibili soluzioni anche correttive rispetto alle crisi ambientali che talvolta l’industria ha generato (come le questioni del Lambro). Sono errori commessi dall’uomo agendo all’interno della natura, ma recuperando quel ruolo di centralità può agire con responsabilità nei confronti delle risorse che gli erano state assegnate, riprendendo un percorso di sviluppo che abbia a cuore la totalità degli interessi di una persona. Questo mi declina come intervengo nei settori ambientali o come affronto le sfide che l’ambiente mi pone. La sicurezza del lavoro ha svolto un compito attraverso il risanamento degli ambienti, appoggiato da interventi legislativi che sono in continua crescita, perché si riconoscono e si considerano agenti e fattori di cui prima non si teneva conto. Oggi è interesse delle aziende intervenire già in fase di realizzazione degli ambienti. Prima era l’ultimo dei problemi. Nell’affrontare i temi della questione dei rifiuti, mi sono trovato di fronte a statistiche parziali, impostate tutte al dover essere dell’uomo che teneva poco conto della realtà. L’unico obiettivo era: quanta raccolta individuale si fa. Io ho iniziato a chiedermi se il mondo dei rifi uti fosse solo questo, se l’impatto sull’ambiente fosse dato da questo comportamento. I rifiuti urbani rappresentano nel mondo dei rifiuti circa il 30% mentre il 70% è fatto da rifiuti di produzione industriale, quindi, già in termini di impatto sull’ambiente, il problema era costituito dall’altro. Allora abbiamo cercato di raddrizzare anche il sistema di presentazione dei dati e delle statistiche, facendo vedere che il mondo era fatto dal 100% e che dentro a questo 30% e a questo 70% vi erano comportamenti diversi, al punto che emergeva una questione che forse era più nota agli economisti che studiavano i distretti industriali che non a chi si occupava di rifi uti. Essendo l’Italia un Paese povero di materie prime, noi avevamo alcuni distretti di eccellenza nel riciclo e nel recupero di materiali da fonti industriali che erano punte di livello confrontabili tranquillamente con la mitica Germania, che faceva tanta raccolta differenziata di rifi uti urbani. Il recupero della plastica, dei metalli e di molti altri prodotti che venivano dal settore industriale, aveva creato distretti intorno a Napoli, nelle Marche, in Emilia e ovviamente in Lombardia (la regione più industrializzata d’Italia) che già recuperavano buona parte della plastica che veniva da cicli industriali, i metalli erano riciclati, il vetro era totalmente riciclato, l’industria della carta italiana stava in piedi grazie al recupero del macero da produzione industriale. Si trattava di far dialogare questa parte di industria che già esiste con quella che deve occuparsi del rifi uto urbano. Il problema non era: cosa fa l’AMSA per trattare la plastica che viene raccolta nelle nostre case, ma far dialogare quel sistema che già esiste per il recupero della plastica, funziona benissimo e recupera 2, 3 volte in più di quello che viene fatto dal ciclo urbano e sviluppare maggiormente un settore industriale già presente, facilitando questo, buttando giù le barriere del 30% e del 70%. Il mondo doveva tornare ad essere unico e non separato da una norma amministrativa che faceva prima due statistiche diverse, poi due diverse norme sul settore industriale che doveva occuparsene. Occorre intervenire nell’insieme. Sulla questione di Milano e dell’aria che respiriamo, esprimo due osservazioni banali e da lettore medio. Nelle città dense di abitazioni come Milano, l’assenza di parcheggi, il costo dell’utilizzo di un mezzo privato, la diffi coltà di circolazione per via dei divieti, è tale da far limitare l’uso della macchina in città. Le politiche del traffi co non sono solo legate alle questioni dell’emissione, sono in sé un problema di vivibilità urbana e stimolano l’utilizzo del trasporto pubblico: questo è in sè un vantaggio competitivo per le aree residenziali e a forte sviluppo economico. Per alcuni mesi si “sforano” i limiti e per alcuni mesi no; la differenza tra l’uno e l’altro non è la circolazione delle auto ma è il riscaldamento che risponde a sollecitazioni esterne. Il pacchetto di interventi su questo è stato portato avanti con la stessa attenzione, costanza, volontà con cui si sono posti i limiti al traffi co. La polemica sulla domenica estemporanea senza uso di automezzi, può avere una funzione educativa, ma non può avere una funzione risolutiva. Il mischiare i due piani fa sì che rende non credibili gli interventi strutturali nè gli interventi che hanno una funzione educativa e di supporto. La gente vuole che gli interventi abbiano un rapporto credibile con quello che è la sua vita quotidiana, misurabile, e quindi, verifi cabile. Io ci metto del mio, separo i rifi uti, ma se scoprissi che l’AMSA porta tutto in un buco e rimischia quello che io ho diviso, invece di assicurarmi un riciclo, io non farei più la raccolta differenziata. Così come la mia scelta di non prendere la macchina e di usare i mezzi pubblici dovrebbe essere accompagnata dal cambiamento delle ultime caldaie a carbone degli edifi ci pubblici. Questo c’entra con quel realismo di come impostare le questioni e come ben documentato ad esempio dai lungimiranti Piani Regionali della Lombardia sui temi ambientali in particolare circa la sostenibilità energetica (2). In ogni caso da una parte ragioniamo mettendo al centro l’uomo con la sua responsabilità e, nella sua libertà, il fare relazioni, il mettersi in moto insieme per reagire negli interventi che devono essere fatti per il bene comune. Dall’altra parte c’è invece questa astrattezza di regole che dovrebbero fare a meno di convincere l’uomo o di cercare sempre quella soluzione per cui possiamo fare a meno della bontà dell’uomo e della sua capacità di stare nella realtà con libertà e responsabilità. E’ meglio scommettere su questo, piuttosto che su numerosi regolamenti cui dovrebbero seguire comportamenti codifi cati e non condivisi.
Note: (1) it/index.php/2010/02/15/le-sfi deambientali/ (2) Sostenibilità ambientale a cura della Regione Lombardia
http://www.ors.regione.lombardia.it/cm/pagina.jhtml?param1_1=N12043356377531925aa PIANO PER UNA LOMBARDIA SOSTENIBILE, 2010 LOMBARDIA 2020: REGIONE AD ALTA EFFICIENZA ENERGETICA E A BASSA INTENSITÀ DI CARBONIO
http://www.ors.regione.lombardia.it/resources/pagina/ N12043356377531925aa/N12043356377531925aa/PLS.pdf PIANO STRATEGICO DELLE TECNOLOGIE PER LA SOSTENIBILITÀ ENERGETICA IN LOMBARDIA, 2009 http://www.ors.regione.lombardia.it/resources/pagina/ N12043356377531925aa/N12043356377531925aa/Piano_ Strategico_Tecnologie.pdf
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